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Anna non è il suo vero nome, ma una scelta voluta per tutelare una storia che non ha bisogno di essere spettacolarizzata per essere compresa.

Anna è una ragazza di 17 anni con una dislessia abbastanza marcata, diagnosticata, riconosciuta, certificata. Di recente, ha incontrato insegnanti, tutor, specialisti. Ha accumulato strumenti, applicazioni, soluzioni “pensate per lei”. Cioè ha accumulato stress! Ma attenzione: Anna possiede un iPad, un software di sintesi vocale, e un’app per prendere appunti. Sulla carta, tutto ciò che serve a una studentessa con DSA. Eppure, studiava male, con fatica e frustrazione, con la costante sensazione di “non essere abbastanza”.

Il problema non era la mancanza di strumenti

Quando ho conosciuto Anna, la tentazione – quella più diffusa – sarebbe stata semplice: aggiungere altri strumenti compensativi. Ed quello che spesso accade.
Di fronte a una difficoltà persistente, la risposta standard è: serve uno strumento in più. Un nuovo software. Un nuovo metodo. Una nuova piattaforma “miracolosa”.

Ma Anna non aveva bisogno di altro; aveva bisogno di capire cosa stava usando, perché e come.

 

Strumenti senza progetto sono solo oggetti

Nel suo caso, il nodo non era tecnologico, bensì pedagogico.

Gli strumenti che già possedeva non dialogavano tra loro, non rispondevano a una strategia di studio venendo inseriti in una routine sostenibile. Non serviva introdurne dei nuovi! Abbiamo fatto una cosa apparentemente banale, quasi disarmante nella sua semplicità:

  • riorganizzato in modo diverso gli appunti su Notability,

  • costruito presentazioni essenziali in PowerPoint,

  • lavorato sulla selezione delle informazioni, sulla gerarchia dei contenuti, sul carico cognitivo,

  • in sostanza: abbiamo dato senso a ciò che già c’era.

 

Compensare non significa accumulare

Questo è il punto che spesso viene frainteso: gli strumenti compensativi non sono una risposta a priori, una checklist da spuntare che porta, così, a una garanzia di successo.

Compensare significa mettere la persona nelle condizioni di funzionare meglio, non saturarla di soluzioni. Senza un progetto, senza una lettura del profilo di funzionamento, senza una visione didattica, anche lo strumento migliore diventa inutile. Quando va bene. Dannoso, quando va male.

Anna non aveva bisogno di sentirsi “più dislessica”. piuttosto di sentirsi più competente.

 

Il ruolo dell’esperto (quello serio!)

Il lavoro educativo serio non consiste nel proporre strumenti “perché sono noti” o “perché li usano tutti”. Un pedagogista che si definisce tale deve:

  • osservare

  • ascoltare

  • analizzare

  • scegliere cosa togliere, prima ancora di cosa aggiungere (sì, in un certo senso è proprio così, perché serve ordine!)

Il mio ruolo non è stato quello del “guru dei DSA”, nossignore!!! È stato quello del pedagogista che costruisce cornici di senso, non scorciatoie.

 

Una conclusione scomoda, sì, ma va condivisa!

Non sempre servono nuovi strumenti, soltanto meno rumore e più metodo.

Anna oggi studia. Non perché ha trovato l’app giusta, ma perché ha trovato una struttura mentale, operativa, che regge. Ed è da qui che dovrebbe sempre partire qualsiasi intervento educativo serio.

Prima di chiudere, poi, c’è bisogno di esplicitare un ulteriore elemento, spesso taciuto: in molti contesti educativi e di supporto ai DSA, gli strumenti compensativi vengono proposti a priori, non perché siano stati valutati come adeguati per quella persona, ma perché sono gli unici conosciuti dai professionisti che li suggeriscono.
La scelta dello strumento, in questi casi, non nasce da un’analisi del profilo di funzionamento dello studente, bensì dal perimetro – spesso ristretto – delle competenze digitali di chi interviene.

Assistiamo così a una dinamica paradossale: non è lo strumento che si adatta alla persona, ma la persona che viene forzata dentro uno strumento.

Quando la conoscenza dei software è limitata – le digital skills (per dirla in ottica attuale) – la compensazione si riduce a poche soluzioni “standard”, ripetute in modo automatico, indipendentemente dal contesto, dall’età, dagli obiettivi e dalle modalità di apprendimento. Il risultato non è inclusione, ma omologazione.

Questo non è un problema tecnologico.
È un problema formativo e culturale, proprio del singolo professionista!

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