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Nel settore eLearning in Italia non esiste una “contabilità nazionale” unica che misuri l’intero ecosistema. Esistono, però, indicatori abbastanza solidi  (mercato, partecipazione, investimenti pubblici, …) che raccontano chiaramente lo stato dell’arte e la traiettoria che possiamo aspettarci per l’imminente futuro.

Dal 2020 (pandemia) a oggi, siamo passati da una didattica forzata data dall’emergenza sanitaria, a una fase di pseudo-normalizzazione ibrida del digitale – tra luci e ombre –  fino a un 2025 appena conclusosi e orientato sempre più a competenze, micro-learning, AI, analytics e compliance. O meglio, sulla parola…

Vediamo cosa dicono i dati, e le possibili implicazioni per chi opera in questo mondo (eLearning).

 

1. Quanto vale l’e-Learning in Italia?

Secondo le stime dell’Osservatorio EdTech del Politecnico di Milano, nel 2022 il mercato delle soluzioni hardware e software a supporto della formazione ha raggiunto circa 2,8 miliardi di euro, con un +26% rispetto al 2021. Se proiettiamo il dato al 2025, cioè, una simulazione di crescita plausibile partendo dall’ultimo dato osservato e certo, otteniamo 3 scenari:

  • conservativo (Il mercato cresce, ma lentamente): circa 3,2 miliardi €

  • medio (Il mercato cresce in linea con i trend medi internazionali e nazionali): circa 4,1 miliardi

  • espansivo (Il mercato accelera fortemente): circa 4,8 miliardi €

In altri termini: gli scenari non rappresentano previsioni ufficiali, ma simulazioni basate su tassi di crescita coerenti con fonti documentate, utili per pianificazione strategica. Il mercato cresce, di certo, ma la vera espansione è nei servizi ad alto valore progettuale, non solo nelle piattaforme.

 

2. Quante persone fanno formazione online?

Stando ai dati, nel 2024:

  • l’81,9% della popolazione 6+ ha usato Internet negli ultimi 3 mesi

  • il 27,5% degli internauti ha svolto attività di formazione online

Se applichiamo queste percentuali alla popolazione residente, allora, parliamo di circa 13-15 milioni di persone coinvolte nell’eLearning. Questo cambia la narrazione: non siamo più davanti a una nicchia (e grazie, lo intuivamo!), ma la formazione online è ormai un comportamento diffuso (sul “come ci si comporti in merito”, però, ne riparleremo in un altro articolo).

Eppure, se guardiamo alla formazione continua degli adulti (25-64 anni), la partecipazione nelle ultime 4 settimane si attesta attorno al 10%. Cosa significa? Semplice: l’uso di contenuti digitali cresce ma la partecipazione strutturata a percorsi formativi rimane fragile. Per tale ragione evinciamo che qui, oggi e in questo spazio, c’è un margine progettuale enorme.

 

3. Il corporate training è ormai digitale?

Nel 2022 le aziende italiane hanno dedicato circa il 40% del budget formazione al digital learning, con una media di circa 480.000 euro per organizzazione. viene da dire, quindi, che il digitale non è più sperimentale, pur non essendo nemmeno totalizzante.

Non so, ma ho come l’impressione (certezza?) che non si stia ancora (e siamo nel 2026!!!) progettando formazione, ma erogando solo sistemi comodi e veloci per illudersi di apprendere o acquisire certificati. Intendo dire: non dovremmo chiederci se conviene fare e-Learning o andare in aula. Piuttosto, chiediamoci: quale architettura formativa voglio implementare per generare conoscenze e competenza misurabili, con annesse ricadute operative incrementali sull’azienda tutta?

C’è poi un lato oscuro, che vale per pochi, occupa spazio nei trend, ma fattivamente non trova un gran riscontro reale in molte soluzioni eLearning: alludo al fatto che il mercato pare premiare sempre più: micro-learning integrato nei flussi di lavoro; tracciabilità e analytics; integrazione con sistemi HR; percorsi blended e AI. Sarà… ma posso garantirvi che, in diverse esperienze, vedo ancora un eLearning fermo a diversi anni fa. 

 

4. PNRR e politiche pubbliche: i nostri acceleratori

Il famoso e famigerato PNRR ha avuto un impatto diretto sul settore in oggetto. Stando ai dati:

  • Scuola 4.0: 2,1 miliardi per trasformare 100.000 aule

  • Formazione alla transizione digitale del personale scolastico: 450 milioni € e target di almeno 650.000 persone formate

  • Fondo Nuove Competenze 3: oltre 1 miliardo € nel 2025

Ma attenzione bene, non fermiamoci all’effetto “wow” dato dalle cifre alte: la disponibilità di fondi non garantisce qualità formativa. Anzi, si cade nel paradosso in cui, spesso, per ottenere fondi e aiuti, si debbano svolgere – a mo’ di maratone d’apprendimento – diversi corsi entro tempi stretti, finendo così per fare una formazione di tipo: episodico, tradizionale, frettolosa, non aggiornata.

Insomma, una formazione non progettata per attivare e modificare, ma progettata per ottenere i fondi. eh, lo so, lo so cosa stai pensando… ma dopo diversi anni di formazione vedo spesso accadere tutto ciò! 

 

5. Tra AI e metodo: moda o nuova baseline?

Tra il 2023 e il 2025 l’intelligenza artificiale passa dall’essere un trend al divenire una vera e propria infrastruttura, un elemento centrale della quotidianità operativa in diversi settori. Le applicazioni più concrete, ad esempio, sono: generazione assistita di contenuti; tutoring personalizzato; adaptive learning; analisi predittiva del dropout ecc. Ma l’AI introduce altresì nuove responsabilità; in primis la governance dei dati, seguita dalla trasparenza algoritmica (ecco, su questa, insomma…) alla conformità normativa.

Il punto, allora, non è chiedersi se usare l’AI nei sistemi formativi (anche) ma come integrarla in modo pedagogicamente sensato e organizzativamente sostenibile. Perché quando l’intelligenza artificiale entra nei processi formativi non stiamo semplicemente automatizzando attività: stiamo intervenendo su valutazione, personalizzazione, accesso al sapere e – in alcuni casi – sulle decisioni che incidono sui percorsi delle persone. Questo significa che l’AI non può essere un’estensione aggiuntiva o un effetto “wow” da inserire in piattaforma. Deve essere progettata dentro un impianto chiaro: obiettivi formativi espliciti, criteri di trasparenza, responsabilità nella gestione dei dati e coerenza con i principi di inclusione e accessibilità.

La baseline, allora, non è solo tecnologica, ma anche di metodo: tecnologia e relativa evoluzione, guidate pedagogicamente!

 

6. Le barriere del mercato italiano

Anche se non è difficile immaginare quali siano, vediamo quali barriere emergono in modo ricorrente nell’implementazione di un sistema eLearning:

  1. Complessità burocratica (soprattutto nella scuola, come se non ne avesse già abbastanza di altro)

  2. Competenze digitali disomogenee

  3. Difficoltà nel misurare impatto reale

A queste – mi permetto – ne aggiungo una che vedo essere ricorrente: la percezione della perdita di tempo, nonché la scarsa fiducia nel digital learning. C’è un margine enorme per dimostrare davvero come un Instructional Design di qualità possa fare la differenza nel generare valore dalla formazione (ROL – Return Of Learning) ma, finché non si implementa un sistema politico efficace, tra pubblico e privato, difficilmente usciremo da formazioni episodiche o di vecchio stampo. Chiedere la misurazione dei dati è giusto, anzi: è doveroso!!! Ma deve essere chiaro che i dati hanno senso laddove provengono da un impianto progettuale (formativo) delineato a regola d’arte. La formazione episodica, fatta in fretta e furia, e tanto per raccogliere fondi… non potrà mai generare dati a sostegno dell’efficacia dell’online learning. È qquesto il “cane che si morde la coda” che continua a essere presente oggi.

7. Cosa significa tutto questo per scuole e aziende?

Se guardiamo ai numeri, il settore cresce.
Se guardiamo ai comportamenti, la formazione digitale è diffusa.
Se guardiamo alle politiche, gli investimenti pubblici e aziendali sono significativi.

Eppure il vero nodo non è tecnologico, bensì pedagogico e progettuale.

Nel futuro imminente, probabilmente, vincerà chi:

  • integra piattaforme e contenuti dentro un disegno formativo coerente e condiviso con l’organizzazione tutta

  • collega  – solo dopo il punto precedente – formazione e performance

  • misura competenze, non solo ore

  • progetta esperienze condivise, accessibili e inclusive

  • utilizza l’AI come leva didattica, non solo come scorciatoia produttiva

 

Il mercato e-Learning italiano non è più nella fase “wow  che bello il digitale”. È nella fase “dimostrami che funziona, perché non ci credo mica tanto, ancora”.

E questa è una buona notizia, forse. Cioè, sembra che stia dicendo l’opposto di quanto sopra, ma provo a spiegarmi: voglio sforzarmi di provare a leggerla positivamente la cosa! Dunque: tale prospettiva futura significa (mi auguro) che l’improvvisazione ha vita breve, che la qualità progettuale torna centrale, che la consulenza e la progettualità pedagogica diventeranno asset competitivi imprescindibili!

 

Fonti

  1. Osservatorio EdTech – Politecnico di Milano, comunicati e insight HR Innovation Practice

  2. ISTAT – Cittadini e ICT 2024

  3. ISTAT – Istruzione e Formazione (edizioni 2024–2025)

  4. PNRR Istruzione – Scuola 4.0

  5. PNRR Istruzione – Didattica Digitale Integrata e Formazione alla Transizione Digitale (D.M. 66/2023)

  6. Ministero del Lavoro – Fondo Nuove Competenze 3 (2025)

  7. Grand View Research – Italy E-Learning Services Market

  8. AgID – Linee guida accessibilità e dichiarazione di accessibilità

  9. Gazzetta Ufficiale – Accordo Stato-Regioni 17 aprile 2025 (Formazione salute e sicurezza)

  10. Osservatorio EdTech – Report su startup e innovazione nel settore

  11. Paper su università digitali e riduzione delle disuguaglianze (Fondazione Luigi Einaudi)

  12. Atti MoodleMoot Italia 2024 – AIUM

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