Onboarding

Ricordi il tuo primo giorno in azienda? Beh, direi di sì: una postazione ancora da personalizzare, un documento – o, peggio, una presentazione PowerPoint in stile anni Novanta – pieno di regole, policy ecc. O ancora, una super riunione di un’ora in cui vieni sommerso di informazioni sparate senza sosta come fossero cartucce di un mitra. Benvenuta/o a bordo, allora! 

Di lì a poco, ti ritrovi a chiedere: “Scusa, ma come si fa richiesta ferie?”, “Chi è che si occupa di questo processo?”, “dove salviamo tutti i documenti di questa o quella cosa?”. Non sei tu ad aver sbagliato, probabilmente (per certo?): è il modello di onboarding che spesso dimentica la dimensione più umana, coinvolgente e soprattutto memorizzabile dell’apprendimento.


Anche le neuro-scienze e quelle cognitive ce lo dicono chiaramente: la narrazione attiva più aree cerebrali rispetto all’ascolto di dati. Lo storytelling, grazie alla sua struttura emotiva e sequenziale, genera engagement cognitivo e affettivo, facilitando la costruzione di significati (Bruner, 1991; Aaker & Smith, 2010).

Secondo Jennifer Aaker (di Stanford – seguitela, che ci sono contributi molto, molto interessanti!), le informazioni veicolate attraverso storie hanno una probabilità 22 volte superiore di essere ricordate rispetto a quelle trasmesse in forma espositiva. In ottica organizzativa, Denning (2004) e Gabriel (2000) hanno esplorato a fondo lo storytelling aziendale come pratica per trasmettere valori, cultura e conoscenza tacita, questo a riprova del fatto che un approccio didattico-formativo deve sempre poggiare su solide basi di ricerca, non sul pensiero del “dico che va bene così perché si è sempre fatto così”.

Personalmente, ho avuto modo di riflettere su queste dimensioni, in particolare anche sul digital storytelling come approccio pedagogico trasformativo. Alcuni spunti riferito all’ambito scolastico – di cui parlerò più avanti – si possono trovare anche in alcuni articoli scritti a più mani assieme al collega, mio tutor, del gruppo di ricerca cui facevo parte. Rimanendo sul discorso aziendale, attraverso authoring tools (Storyline) e momenti di progettazione didattica specifica, mi sono trovato a generare learning object e percorsi di Onboarding Digitale, utili proprio a sostenere l’introduzione all’azienda, al ruolo e ai compiti specifici i neo assunti. Beh, manco a dirlo: funziona! I risultati erano evidenti!

Lo storytelling in fase di onboarding non è un abbellimento comunicativo: è un modello pedagogico implicito che favorisce:

  • la costruzione di senso;
  • l’identificazione nei valori aziendali;
  • l’orientamento nei processi;
  • la riduzione del disorientamento nei primi giorni (Van Maanen & Schein, 1979; Bauer, 2010).

Esempi significativi? ci sono aziende in Italia che hanno costruito un portale di onboarding che unisce storytelling, gamification e microlearning (Es: Lego Serious Play): si inizia con la “storia dell’organizzazione”, per poi procedere con l’introduzione di episodi tematici raccontati dai responsabili delle aree e, a volte, dai dipendenti stessi. Risultato? Riduzione del turnover nel primo semestre e incremento del grado di coinvolgimento rilevato nei follow-up.


Non basta “dire” i valori: occorre metterli in scena, farli vivere attraverso storie vere, contestualizzate e coerenti. Chi entra in azienda non ha solo bisogno di sapere cosa fare, ma di capire perché lo si fa in un certo modo e chi sono le persone con cui lo farà.

Lo storytelling è una leva potente per rendere l’onboarding un vero percorso di apprendimento situato. E se cominciassimo a trattare l’onboarding come un racconto da costruire, anziché un’informativa da somministrare?

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