Anche ultimi mesi, entrando in contatto con diverse scuole d’Italia, mi capita spesso di sentire che «con l’intelligenza artificiale gli studenti non penseranno più, faranno fare tutto a lei».
È una paura comprensibile, come non potrebbe esserlo? Ma è anche il sintomo di un equivoco ben più profondo: credere che l’AI possa sostituire ciò che nella scuola è (e resterà) insostituibile e imprescindibile a tutto: la relazione, l’intenzionalità didattica, il pensiero critico. Quel “di più” impalpabile che si crea e vive tra educandi e docenti!
L’AI come occasione pedagogica, non solo tecnologica!!!
Su, avanti, vogliamo dirlo una volta per tutte? Il problema non è l’AI, ma come la pensiamo e la usiamo. Se continuiamo a introdurla come “strumento miracoloso” o come “nemico da cui difendersi”, rischiamo di perdere l’occasione per una vera innovazione didattica. Le tecnologie educative ci hanno sempre messo di fronte a questa sfida: dalla LIM al tablet, dal libro digitale ai MOOC. L’AI generativa — da ChatGPT a strumenti per la scrittura, la ricerca o la generazione di quiz — ci richiede, oggi, una visione pedagogica nuova, capace di muoversi su diverse dimensioni educative. Ad esempio:
- ripensare la progettazione didattica (Learning Design)
- personalizzare l’apprendimento in chiave inclusiva (Universal Design for Learning)
- accompagnare gli studenti all’uso critico e creativo dell’AI stessa e del suo inserimento nella nostra quotidianità come elemento di supporto
Cosa dicono gli studi?
Secondo un recente articolo di Holmes et al. (2023), l’AI nella scuola può favorire ambienti più adattivi e partecipativi, ma solo se integrata con intenzionalità didattica. Non basta usare strumenti: serve formare i docenti a progettare con l’AI, non contro l’AI. Il framework SAMR ideato da Puentedura (2014) ci ricorda che ogni tecnologia può essere usata in modo superficiale (come sostituzione) o trasformativo. L’AI può trasformare la didattica, allora? Sì! A patto che diventi parte integrante (e arricchente!) del disegno pedagogico, non un’aggiunta estemporanea fine a sé stessa.
Dalla teoria alla scuola: una voce dal campo
In uno dei percorsi formativi che ho condotto di recente, un gruppo di docenti delle scuole secondarie ha lavorato con me sull’integrazione dell’AI per progettare verifiche formative personalizzate.
Un insegnante mi ha detto «Pensavo che l’AI mi avrebbe reso inutile. Invece, mi fa mille domande: mi costringe a pensare meglio cosa voglio davvero far apprendere».
È questa la chiave: non temere di perdere il controllo, ma imparare a governare l’AI con competenza didattica e pedagogica.
E allora… da dove si parte?
- Serve formazione vera, non corsi vetrina. Serve un’attenzione costante a tale tema, una continua e attenta integrazione di questo nuova realtà nella quotidianità didattica. E no, non in ottica sostitutiva, di mera dipendenza dalle tecnologie, certo! Opporsi al cambiamento, non paga, né mai lo farà. Guidarlo e accoglierlo con ratio, invece, sì! viva il gesso sulla lavagna, viva il laboratori manuali, viva l’analogico in tutte le sue forme. Ma sostengo anche una scuola sempre più al passo con i tempi, capace di aprire prospettive, non di creare mostri e di alimentare luoghi comuni.
- Servono spazi di confronto tra pari, non solo tutorial tecnici.
- Serve visione educativa, non solo strumenti digitali.

